Ci sono libri che ti costringono a fermarti e guardare fuori dal finestrino con occhi diversi. E a capire che viaggiare non significa solo spostarsi nello spazio, ma spesso è un viaggio a ritroso nel tempo.
Esistono luoghi, specialmente nel cuore della Mitteleuropa e dell’Europa orientale, dove i confini sono sbiaditi e le città portano nomi che oggi non esistono più sulle mappe.
Martin Pollack fa esattamente questo: ci insegna a leggere i ‘paesaggi contaminati’, quelli dove la natura ha ricoperto i segni di una storia complessa e spesso tragica.
Se amate le terre dell’Europa centrale e orientale e quel fascino malinconico delle terre di frontiera, le sue opere sono tappe obbligatorie.
Martin Pollack è il compagno di viaggio ideale per chi non si accontenta della bellezza dei monumenti, ma vuole scrostare la superficie per capire l’anima di un territorio.
Maestro del reportage e instancabile cercatore di storie dimenticate, Pollack restituisce al lettore la dignità di un’Europa scomparsa.
Dal mito della Galizia alle ombre del passato nazista, ecco le mie recensioni di 4 suoi libri che ho amato molto, tutti pubblicati da Keller: un cammino che cambierà il modo di guardare a Est.
PAESAGGI CONTAMINATI
C’è qualcosa di profondamente inquietante nel modo in cui la natura ripara se stessa, stendendo un velo di silenzio sopra gli orrori della storia. In Paesaggi contaminati, Martin Pollack ci insegna che un prato fiorito o un bosco rigoglioso non sono sempre simboli di vita, ma possono essere l’estremo atto di occultamento di un crimine. Con lo sguardo di un archeologo e la precisione di un cronista, Pollack ci guida in un viaggio attraverso l’Europa dell’Est, dove la terra è un archivio di fosse comuni senza nome.
Questo occultamento non è quasi mai casuale. Pollack introduce il concetto agghiacciante di ‘paesaggio imboschito’: una strategia deliberata dei carnefici — siano essi nazisti o funzionari dei regimi totalitari sovietici — per rendere i luoghi delle esecuzioni invisibili e irraggiungibili.
Piantare alberi, livellare il terreno con i bulldozer o trasformare una zona di massacro in un pascolo è stata sia un’operazione logistica, sia un tentativo di cancellare le vittime una seconda volta, privandole persino del diritto a una sepoltura identificabile. La natura, in questo contesto, cessa di essere neutra e diventa, suo malgrado, complice del crimine.
Pollack calpesta fisicamente il fango di luoghi come Kočevje o i frutteti della Galizia. In queste pagine, il saggio si trasforma in un’indagine botanica del male: l’autore osserva come la conformazione anomala di un avvallamento del terreno o la crescita troppo rapida di certi arbusti siano i segnali rivelatori di una sepoltura clandestina.
Il viaggio di Pollack nei luoghi del rimosso non si limita a consultare archivi. L’autore visita fisicamente i luoghi (dalla Galizia alla Slovenia), descrivendo la discrepanza tra la pace odierna di quei posti e la violenza che hanno ospitato. Il linguaggio è freddo, quasi clinico, una scelta precisa per evitare che il sentimentalismo offuschi la gravità dei fatti storici.
Paesaggi contaminati non si limita a fare un atto di accusa contro i crimini del passato, ma lancia una sfida al nostro presente. Pollack ci avverte che l’oblio è una forma di complicità e che la bellezza di un paesaggio non può essere goduta appieno finché non abbiamo il coraggio di interrogarne le ombre.
Restituire un nome ai morti senza volto e una storia ai luoghi ‘imboschiti’ è l’unico modo che abbiamo per bonificare moralmente la nostra terra e impedire che la polvere della storia soffochi, insieme alle vittime, anche la nostra coscienza.


GALIZIA
Esistono luoghi che la geografia ha cancellato dalle mappe, ma che la letteratura si ostina a tenere in vita. La Galizia -regione storica divisa tra la Polonia e l’Ucraina – per Martin Pollack è un groviglio di lingue e un esperimento di convivenza multietnica svanito sotto il peso del Novecento.
In questo ‘viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa’, Pollack agisce come semplice storico, ma anche come cartografo dell’invisibile, guidandoci lungo i binari di una ferrovia che attraversa tanto il fango delle province asburgiche quanto le vette della grande letteratura europea.
Il viaggio come metodo: la guida e il binario. Pollack si affida a una vecchia guida ferroviaria del 1913. Il lettore si ritrova così a bordo della Carl-Ludwig-Bahn, la spina dorsale di ferro che univa Cracovia a Leopoli (Lemberg) e Czernowitz. Attraverso il finestrino di questa narrazione, non vediamo però la cartolina idilliaca di un Impero ordinato, bensì il fango delle strade, l’odore di petrolio delle prime miniere di Boryslaw e l’incredibile miseria degli shtetl ebraici. Pollack è onesto: mostra come l’antisemitismo, l’alcolismo e l’analfabetismo coesistevano con i caffè eleganti e le biblioteche dei centri urbani.
Un mosaico di voci. Il vero punto di forza del libro è la capacità dell’autore di far dialogare le pietre con la carta. Accanto ai dati storici, Pollack evoca i fantasmi di giganti come Joseph Roth, Bruno Schulz e Paul Celan. La Galizia emerge come una “patria di carta”, un luogo dove l’identità non era definita da un confine nazionale, ma da una lingua, da una religione o, più spesso, dal sovrapporsi di esse. È questa la Mitteleuropa più autentica: un luogo dove si poteva essere contemporaneamente sudditi austriaci, di cultura polacca e di religione ebraica.
La fine di un mondo. Proseguendo nella lettura, si percepisce un senso di imminente catastrofe. Pollack scrive con la consapevolezza di chi sa che quel mondo verrà spazzato via dalle due guerre mondiali e dalle “terre di sangue” descritte da Timothy Snyder. Il libro diventa così un atto di resistenza contro l’oblio. Recuperare la Galizia oggi non è un esercizio di nostalgia, ma un modo per riconoscere le fondamenta fragili su cui poggia l’idea stessa di Europa.
Il Paesaggio dell’Anima: autori e luoghi
Pollack descrive città della cultura europea che oggi portano nomi diversi e cicatrici profonde:
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Brody e Joseph Roth: la città di Brody, al confine estremo dell’Impero, è il simbolo del mondo ebraico-galiziano. Pollack evoca qui il fantasma di Joseph Roth, che ne fece il fulcro della sua poetica. Roth è il cantore della nostalgia asburgica e della figura dell’ebreo errante. Attraverso i suoi occhi, Brody diventa la porta d’ingresso in un mondo dove la fedeltà all’Imperatore era l’unico collante di un’identità frammentata.
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Drohobyč e Bruno Schulz: spostandoci verso le miniere di sale e petrolio, incontriamo Drohobyč. Qui il libro si tinge delle atmosfere oniriche di Bruno Schulz, il “Kafka polacco”. Pollack ci mostra come la realtà industriale e polverosa di questa cittadina sia stata trasfigurata da Schulz in una mitologia fatta di botteghe di cannella e vicoli labirintici, prima che l’orrore dell’Olocausto ne spegnesse la voce.
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Leopoli (Lemberg/Lwów/L’viv): la vera protagonista è però Leopoli, la capitale della Galizia. Pollack la descrive come una metropoli colta e spregiudicata, un “piccolo Parigi” dell’Est dove si incrociavano l’aristocrazia polacca, l’intellighenzia ebraica e l’emergente nazionalismo ucraino. È il cuore pulsante del libro, il luogo dove la convivenza era più raffinata ma anche più fragile.
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Czernowitz e Paul Celan: sebbene tecnicamente in Bucovina, Czernowitz gravita nell’universo galiziano di Pollack come l’ultimo avamposto della lingua tedesca. È la città di Paul Celan, il poeta che ha saputo trasformare il silenzio del dopoguerra e il trauma dello sterminio in versi purissimi. Citare Celan serve a Pollack per ricordare che quella cultura non è svanita per caso, ma è stata sistematicamente distrutta.
Galizia è un libro prezioso, un vero gioiello che ho amato moltissimo, perché ci insegna che la storia non è fatta solo di date asettiche, ma di atmosfere. Pollack ci regala un biglietto di sola andata per un mondo che non c’è più, lasciandoci però con una domanda inquietante: quanto di quel passato vive ancora nelle ferite del nostro presente? Un’opera indispensabile per chiunque voglia respirare l’aria densa e malinconica di un’Europa che abbiamo perduto.


IL MORTO NEL BUNKER
C’è un punto preciso sulla mappa dell’Europa centrale dove la storia familiare dell’autore si scontra con la tragedia collettiva del Novecento: il Brennero. È qui che nel 1947 viene ritrovato il corpo di un uomo, un ufficiale delle SS in fuga, dando inizio a quello che Martin Pollack descrive come un lungo e doloroso processo di ‘diseredità spirituale’.
Il libro è un viaggio nei territori di confine tra Austria, Slovenia e Italia, dove il nazionalismo più feroce ha distrutto non solo vite umane, ma la stessa coscienza di un’intera generazione.
Mentre ricostruisce gli ultimi istanti di vita del padre, Gerhard Bast, Pollack risale alle radici del male, rintracciandole nell’humus della Stiria Inferiore.
In quelle terre di contatto e scontro tra la cultura tedesca e quella slava, l’autore individua la genesi di un odio radicale che avrebbe poi trovato nel nazionalsocialismo la sua forma più estrema.
Attraverso una ricerca documentale meticolosa, che trasforma il saggio in un’inchiesta sul campo, l’autore ci conduce dai salotti della borghesia austriaca intrisi di antisemitismo fino ai bunker del Vallo Alpino, luoghi fisici che diventano metafora di una chiusura mentale e morale impenetrabile.
Il viaggio di Pollack si snoda attraverso una geografia che è ferita aperta: dalle vallate della Stiria, dove il nazionalismo divenne religione familiare, fino ai boschi della Slovacchia, teatro dei massacri comandati da Gerhard Bast. Ma è al Brennero, in un bunker gelido e anonimo, che la parabola del padre si chiude, lasciando al figlio l’eredità di un vuoto da colmare con la verità. Come scrive lo stesso autore, il suo compito non è odiare, ma ‘vedere ciò che è stato tenuto nell’ombra’, trasformando i documenti d’archivio nell’unica bussola possibile per orientarsi tra le macerie morali del secolo scorso.
Il profilo di Gerhard Bast: la normalità dell’orrore
Al centro di questa ricerca c’è un uomo terribilmente reale: Gerhard Bast, il padre che l’autore non ha mai conosciuto. Pollack ne ricostruisce il profilo attraverso una giustapposizione brutale. Da un lato, ci sono le memorie familiari che lo dipingono come un baldo alpinista, un giovane studente di giurisprudenza brillante e un figlio devoto. Dall’altro, ci sono i fascicoli degli archivi militari che rivelano la sua scalata nei ranghi delle SS e della Gestapo.
Diventato uno dei più giovani comandanti di Sonderkommando, Bast fu responsabile di operazioni di sterminio in Slovacchia e in Polonia. Pollack descrive il padre mentre dirige fucilazioni di civili e “pulizie” etniche, mettendo in luce quella “banalità del male” di cui parlava Hannah Arendt. Bast non appare come un sadico isolato, ma come il prodotto perfetto di un ambiente — quello della borghesia nazionalista austriaca — che considerava lo sterminio un dovere amministrativo.
Il morto nel bunker è un’opera importante perché ci ricorda qual è il ruolo della memoria, essere una ricerca attiva e spesso dolorosa che non ammette sconti, nemmeno di fronte ai legami di sangue più sacri.


LA DONNA SENZA TOMBA
Ci sono morti che la Storia ufficiale dimentica, vite che svaniscono nel nulla tra le pieghe di confini ridisegnati e ideologie contrapposte. In La donna senza tomba, Martin Pollack torna a scavare nel terreno accidentato della memoria familiare per restituire un nome e una dignità a sua prozia, Pauline Drolc. Attraverso una ricerca documentaria rigorosa e implacabile, l’autore scrive la biografia della donna, vittima dello stesso oblio che ha soffocato il Centro Europa nel secondo dopoguerra.
Il cuore della narrazione batte nella Bassa Stiria del 1945, la terra dove vive Pauline Drolc, settantenne vedova di un organista sloveno. La sua unica colpa è l’appartenenza alla minoranza tedesca in un momento in cui la vendetta, dopo anni di brutale occupazione nazista, non faceva distinzioni tra carnefici e civili.
Un aspetto centrale dell’opera è proprio la geografia contesa in cui si muovono i protagonisti. La narrazione si snoda in una regione che Pollack descrive come un mosaico di identità ferite: luoghi dai nomi doppi, come Tüffer che diventa Laško, riflettono il dramma di un territorio dove il confine diventa una ferita che attraversava le case. L’autore ci accompagna fisicamente fino alle mura spettrali del castello di Hrastovec, trasformato in campo di internamento, dove Pauline morì di stenti.
Attraverso descrizioni minuziose dei sentieri, dei boschi e delle fosse comuni rimaste anonime per decenni, Pollack trasforma la mappa della Stiria in una vera e propria topografia del dolore, dove ogni zolla di terra sembra nascondere un segreto rimosso.
La forza del libro risiede nel contrasto tra l’aridità dei documenti e la desolazione dei luoghi. Come scrive l’autore stesso:
“Non sappiamo dove sia finita. Non c’è una tomba, non c’è un luogo dove deporre un fiore. È svanita nel nulla, inghiottita dal meccanismo della storia.”
Ciò che emerge è una riflessione universale sulla responsabilità collettiva. Pollack mette a nudo quel meccanismo disumano che trasforma il vicino di casa in uno “straniero” da eliminare. In queste pagine, la scrittura si fa asciutta, quasi clinica, rifuggendo ogni patetismo per lasciare che sia la realtà dei fatti a colpire il lettore.
“A Pauline Drolc non veniva rimproverato un crimine specifico, ma la sua stessa esistenza: era una ‘tedesca’, una ‘straniera’ in una terra che improvvisamente non riconosceva più i suoi vicini.”
La donna senza tomba rappresenta un monito. In un’epoca che tende a semplificare i conflitti, Pollack ci ricorda che la verità storica è fatta di polvere, fango e silenzi che solo una letteratura onesta può sperare di riscattare. La vera ultima dimora di Pauline Drolc, finalmente, non è più una fossa comune, ma queste pagine.


Martin Pollack non fa “turismo di superficie”, la sua è un’esplorazione profonda della Mitteleuropa e delle ferite invisibili della storia.
Leggere i suoi libri significa guardare il paesaggio e i luoghi con occhi nuovi.
Conoscete i suoi libri? Quale libro avete già letto? Quale vi incuriosisce di più?




